vivere di fede la vita quotidiana

Vivere di fede nella vita quotidiana

La stragrande maggioranza degli uomini vive di fede: affidano infatti a cose, persone, sogni e pro­getti un pezzo della loro esistenza. Chi crede in Ge­sù Cristo, condivide questo atteggiamento comune, lo orienta verso orizzonti nuovi, lo fonda su una ra­dice che afferma insperabilmente sicura. Come fan­no tutti, consegna la sua vita e la sua speranza a qual­cosa che, in qualche modo, lo supera. La diversità tra la fede cristiana e la fede con cui ci diamo ragioni per vivere, provocati dai problemi che la vita di tutti i giorni ci lancia, è tanto impor­tante e qualificante che i cristiani pretendono, pro­prio sulla forza della loro fede, di essere gente che vive in questo mondo come se fosse di un altro mondo. I punti di contatto sono però tanti che solo chi con­divide il significato del sostantivo «fede», può dire in termini seri la novità che proviene dall’aggettivo «cristiana».

 

    L’espressione «vivere di fede» viene utilizzata in differenti contesti. Si parla di fede politica, di fede in una persona o in una istituzione; qualche tifoso scatenato dichiara persino la sua fede in una squa­dra di calcio. In questi modelli esiste un denominatore comu­ne: fede è un complesso di ideali, capaci di guidare gli orientamenti di una persona, fino a sollecitare un impegno coerente di vita. Nella declinazione religiosa la fede riferisce a Dio il fondamento di questi ideali e l’orizzonte ultimo del­la vita. La fede cristiana assume e condivide questo atteg­giamento. Lo radica sulla rivelazione che Dio ha fatto di sé nella creazione e nella storia e lo esprime co­me risposta personale alla Parola ascoltata. Si diffe­renzia dalle altre fedi religiose perché riconosce in Ge­sù di Nazaret il testimone definitivo del Padre. Questo fatto merita un’attenzione speciale: ci in­troduce nel mistero della generazione della vita.

 

Laddove esiste una persona, una comunità, un gruppo di credenti, che è portatore di un insieme di ragioni per credere alla vita e sperare in essa dentro la morte, questo soggetto consegna ad altri l’ideale in cui si riconosce. Lo fa come gesto d’amore. Non ha nessun altro scopo recondito. Ha vissuto un’esperienza che ha rassicurato la sua incertezza e ha confortato la sua paura e vuole offrire ad altri questo dono di cui è stato fatto ricco. L’intenzione e i gesti che accompagnano e verifi­cano la sua testimonianza sono le uniche prove che la rendono «credibile», all’interno di una comunità che so­stiene e rende forte la sua povera voce e i suoi gesti incerti. Sulla provocazione della sua testimonianza, altri ritrovano ragioni per vivere e per sperare. Nasce la fede. Qualcuno può ora dire: «Adesso anch’io cre­do alla vita». (cf. R. Tonelli, passim)

                                                                                 Lucio Valentini

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