Rane in uno stagno… o api silenziose

A sentire e vedere Radio e Telegiornali mi viene sempre più spesso in mente una poesia di una poetessa E. Dickinson (1830-1856)

Io sono Nessuno! Tu chi sei?

Sei Nessuno anche tu?

Allora siamo in due!

Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

 Che grande peso essere Qualcuno!

 Così volgare — come una rana

 che gracida il suo nome — tutto giugno —

 ad un pantano in estasi di lei!

 

C’è da sentire la stessa noia e disagio/disgusto a sentir e ripetere gracidare strillati slogan e striscianti minacce tanto ossessive che ti tuffano dentro putride pozzanghere da farti dimenticare tutto il resto.

Mi trovo a sognare battiti d’ali di sciami di api silenziose indaffarate insieme a trasformar nettare in miele dolce fluido e luminoso.

Mi riferisco a quel che abbiamo vissuto nell’evento pasquale da poco celebrato. Urla minacciose e condanne urlate nel venerdì santo e poi il silenzio del sabato da cui emerge vittorioso l’Uomo-Dio, nell’alba ancora addormentata dalla periferia d’una città distratta. Poche persone furtive nascoste e silenziose s’aggirano, come api ad assumere nettare affamate ed assetate di giustizia nuova, misericordia divina e certo non umana. Produrranno, con il tempo dei cinquanta giorni, fino a Pentecoste quella salutare e bella notizia che esse hanno ricevuta. Daranno al mondo intero la dolcezza e la luce della bella notizia di un Dio che si lascia condannare, insieme ad un popolo di poveri come Lui, deboli di fronte al mondo, ma stretti intorno alla medesima impresa di un regno da edificare con il loro umile ma necessario personale contributo e nel cuore la speranza di un mondo migliore. Sì! Perché quella speranza ormai non è vana, ma riposa sull’evento d’un Dio che ha vinto la morte e il male, Vivente e sempre presente. Quel misericordioso Signore ripete a pochi per dirlo a tutti: “Non abbiate paura, non temete, sono proprio io!”, come garanzia c’è il suo Corpo dato per noi che crediamo che la Vita è più forte della morte.

Lasciamo dunque che le rane rigonfie di aria nei loro gozzi flaccidi urlino sullo stagno, che sembri loro il gracidare meraviglioso canto, Noi lavoriamo con modestia senza ostentazione, non perdiamo tempo e diamo una mano a un Dio discreto che continua in silenzio a creare cose nuove. Siamo fraternamente uniti, ricchi della nostra povertà e forti nella nostra debolezza a lavorare sulla stessa grandiosa, divina impresa di un Amore che si dona, ristora, ricrea lì dove la prepotenza, il chiasso dei potenti ha creato solo morte e noia di alterchi e battibecchi in quella “eterna” guerra che dura la stagione di “tutto giugno”. Il respiro dello Spirito Santo ci serva invece tutto per librarci in alto a vedere il bello che c’è e sentire il profumo dei fiori e nutrircene, per nutrire il mondo della Bellezza e Dolcezza che non tramonta. Sarà certo quella Bellezza e Dolcezza a salvare il mondo.

Nei cinquanta giorni che seguirono la pasqua, dopo i latrati del “crocifiggilo!” ripetuto dalla folla istigata, fu tutto un lavorio silenzioso dentro l’alveare del cenacolo in cui non entrava il consueto chiasso di Gerusalemme, da dentro quei cuori riempiti di bellezza e dolcezza di ripetuti incontri tracimò il miele del vangelo che continua a nutrire e illuminare le menti più pensose dell’umanità.                                                                       Don

 

 

 

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