Emergenza o Sfida Educativa?

 

In un mondo in cui sono prioritari la sensibilità, l’emozione e l’attimo fuggente, educare diventa una sfida.

Oggi si parla molto di emergenza educativa, di sfida, di impegno, tutte le forze e le capacità sono concentrate alla ricerca e alla ripresa educativa.

Quando si parla di emergenza penso al terremoto con i suoi strascichi di disagio e divisione, penso al lavoro di primo intervento per allievare le condizioni di precarietà provocati alla popolazione da tali disastri. Per l’educazione non siamo proprio nella stessa situazione. Infatti se oggi parliamo di crisi, di sfida, non vuol solo dire che non educhiamo più, ma, che non ci stiamo più accorgendo che i modelli educativi che abbiamo ricevuto nel passato, non comunicano quanto noi desidereremmo, non fanno più presa, non riscaldano più il cuore dei piccoli, dei giovani e degli adulti.

La Famiglia, la Scuola, la Comunità ecclesiale hanno sempre cercato di educare con le proprie forze ed energie, ma fanno fatica a ricercare nuovi programmi e modelli educativi che siano capaci di incidere sulla vita delle persone. Il problema di oggi è proprio questo, nonostante l’impegno e la passione nell’educare, riscontriamo la poca incidenza sulla formazione della persona e sulle scelte di vita.

 

Oggi un po’ tutto viene messo sullo stesso piano, perché non esistono più criteri per verificare che cosa sia una civiltà vera ed autentica. In questo clima si rifiuta il senso del peccato, della salvezza e si fa fatica a perdonare. La vita non è più vista come sacrificio o una sofferenza, ma c’è la teoria del tutto e subito.

 

Ecco, allora, che educare più che un’emergenza diventa una sfida.

Il Papa emerito, Benedetto XVI, rivolgendosi agli operatori pastorali della diocesi di Roma, ricorda che  “Educare non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande “emergenza educativa”, confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita… Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno dei valori torna a farsi sentire. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono gli insegnanti che vivono la triste esperienza del degrado della scuola; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita”.

Nel documento sulla speranza cristiana (Spe Salvi), ancora Papa Benedetto XVI sottolinea che: “ anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile. Oggi la nostra speranza è insidiata da molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini “senza speranza e senza Dio in questo mondo”, come scriveva l’apostolo Paolo agli Efesini (Ef 2,12).”. Il Papa ci esorta a riporre sempre la speranza nel Signore, perché è l’unica che resiste a tutte le delusioni.

Nel nostro ruolo di educatori (Genitori, insegnanti, catechisti…) prendiamo quindi coscienza che educare vuol dire fare propri i valori, saperli comunicare, perché essi sono il patrimonio della nostra umanità. Tutto questo ha bisogno di luoghi educativi e credibili: anzitutto la famiglia, con il suo ruolo fondamentale ed irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là di ogni scelta ideologica; la comunità parrocchiale, come luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane.                                                                                                                                                                    (diac. Savino)

 

 

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